La mia visione romantica della consulenza

15 Luglio 2008

Come probabilmente è già emerso in qualcuno dei miei altri post, ho una visione direi cavalleresca della consulenza. Almeno per quanto riguarda la consulenza che vivo ogni giorno, quella nel settore dell’Information Technology.

Un po’ come un cavaliere dei tempi andati, sento che esiste un insieme di principi forti a cui è importante attenersi per essere degnamente nel campo dei professionisti. Chiamiamola etica professionale, o deontologia, io mi tengo la mia coscienza e cerco di coltivarla ogni giorno.

In questo mio mondo di draghi e fate, la consulenza è un servizio offerto da un professionista, e il suo costo è la remunerazione per il suo lavoro.

Il valore percepito e la soddisfazione del cliente sono cio’ che guida il consulente, che fa sempre del suo meglio per dare al cliente cio’ che si aspetta.

Entrambi sanno sempre che c’è del denaro in ballo. Il consulente con questo si ricorda sempre che ciò che fa è un lavoro, non volontariato, e per questo ha dei doveri e non sempre gli capita la fortuna di far cose che gli piacciono. Allo stesso tempo, il cliente si ricorda sempre che ha davanti a sè un professionista, non un volontario o peggio un servo.

Fortissimo valore ha il rispetto. Il cliente rispetta il consulente e le sue competenze. Il consulente non è visto come un capro su cui riversare eventuali colpe, non viene usato per difendere o supportare posizioni, non viene preso come l’esecutore dei lavori sporchi.

Ma soprattutto il consulente rispetta il cliente. Il cliente non è mai una vacca da mungere, nè l’ignorante da gabbare con superiorità.

Il consulente non finge mai di avere una soluzione a tutto, nè di avere competenze su tutto. Analogamente, il cliente non si aspetta la soluzione a tutto, nè di avere a che fare con un onnisciente. Entrambi sanno sempre però che il consulente fa ogni giorno del suo meglio per risolvere il problema del cliente, qualunque esso sia, anche quando in partenza non ha la minima idea di come farlo. Così il consulente non ha problemi a dichiarare che per risolvere il suo problema, il cliente dovrebbe rivolgersi a un altro, e il cliente apprezza questo gesto come un prezioso suggerimento da parte di un collaboratore che non lo sta fregando.

Il cliente non ha problemi nemmeno a dire che si sta rivolgendo a un altro, instaurando un meccanismo sano di concorrenza leale, in cui il cliente segue il suo giusto interesse assegnando il lavoro al collaboratore più adatto.

Il sunto della visione può essere che cliente e consulente sono dei collaboratori paritari e il loro rapporto è fondato sul reciproco rispetto dei ruoli, delle competenze e delle esigenze.

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3 Comments Add your own

  • 1. ziomau  |  24 Luglio 2008 at 13:10 pm

    Uella! :) Un paio di considerazioni.

    Hai giustamente scritto che “Il valore percepito e la soddisfazione del cliente sono cio’ che guida il consulente, che fa sempre del suo meglio per dare al cliente cio’ che si aspetta.” Si parla dunque di “valore percepito” e di “aspettative” agli occhi del cliente. Questo lascia intendere che il lavoro del consulente possa consistere anzitutto nell’indirizzare – opportunamente e a proprio vantaggio – il cliente anziché svolgere del lavoro costruttivo vero e proprio.
    Aggiungi poco dopo la questione del rispetto ma ha l’aria di poter diventare una seconda legge da considerare solo se la prima (il guadagno, quindi la sussistenza del consulente) non è violata.

    Si parla poi del “risolvere il problema del cliente, qualunque esso sia”. Come è facile immaginare, ciò che è un risultato positivo per un certo soggetto può essere un “danno” per tante altre persone. Essere un consulente di successo per un certo cliente potrebbe quindi voler dire di aver contribuito a turlupinare molta gente.

    Sarebbero tanti i distinguo e le precisazioni da poter fare a questo punto, però mi pare che siano sufficienti poche semplici (talvolta impercettibili) mosse per allontanarsi agilmente non solo da draghi e cavalieri ma anche – e soprattutto – da Etica e Coscienza.

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  • 2. sassaroli  |  24 Luglio 2008 at 13:50 pm

    L’ordine con cui ho raccontato i diversi elementi non vuole essere un ordine di priorità. Questo fa sì che il rispetto per il cliente tenda a distogliere il consulente dall’indirizzare il cliente a suo svantaggio. Non vedo a priori un problema nell’indirizzarlo a proprio vantaggio, purchè non sia a danno del cliente. Quando il consulente discute di nuove opportunità con il cliente è normale che gli illustri di cosa è capace e in cosa è bravo. Questo è a suo vantaggio, ma senza accezione negativa. Si perderebbe correttezza se il consulente mostrasse prioritario un problema minore, solo perchè porterebbe lavoro.
    Nell’elencare i principi mi sono concentrato sul rapporto tra cliente e consulente, non sull’oggetto del lavoro. qualora il lavoro porti a risultati poco legali, poco corretti o in contrasto con la coscienza o l’etica del consulente, questo da parte sua è libero di rifiutare il lavoro. il rispetto che il cliente gli porta include anche il rispetto per le sue scelte.

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  • 3. gianluca  |  4 Settembre 2008 at 15:50 pm

    Le parole usate in genere da chi affronta questo tema sono figucia, lealtà, chiarezza, correttezza. Mi è capitato di sentir dire che il committente deve aver fiducia nel consulente, il consulente deve essere leale, chiaro e corretto verso il committente. Un consulente professionista inoltre deve essere anche leale e corretto eni confronti dei colleghi, per quanto potenziali concorrenti, e della collettività in generale.

    In ogni caso, il consulente deve portare al committente qualcosa (la conoscenza di una materia, un metodo efficace, degli strumenti innovativi, …) che il committente non possiede e non può possedere in modo economico. Quindi sono d’accordo su tutto tranne che sulla conclusione, ossia che consulente e committente sarebbero “collaboratori paritari”. Almeno non mi è chiarissimo cosa questo significhi.

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